IL PORTATORE DELL'AQUILA
Cap. 3
Cap. 3
La tempesta
Come sempre, in quelle condizioni, metà dell'equipaggio lavorava curvo sui remi e l'altra metà sgottava l'acqua che entrava dal basso bordo e si accumulava sul fondo della nave, poche decine di centimetri sotto il tavolato dell'unico ponte.
A poppa, in piedi sul lato opposto del timoniere, Bjorn contemplava la sua ciurma, ammirandone inconsciamente il ritmo perfetto nella voga che faceva filare la nave come un animale marino: lo scafo lungo e flessibile si torceva e si adattava alle onde scivolando sopra di esse invece di sfondarle, come avrebbe fatto una nave molto più pesante e con maggiore pescaggio, e le tavole sovrapposte del fasciame, formando una serie di scalini lungo tutta la fiancata, limitavano e smorzavano il rollio dovuto alle onde che vi si infrangevano di lato. Il prezzo da pagare per quella leggerezza e flessibilità, e quindi velocità, era appunto l'acqua che superava facilmente la sponda a poco più di un metro dal livello del mare o si infiltrava tra i corsi del fasciame, e che doveva essere continuamente ributtata in mare.
La nave continuò così per diverse ore mentre il mare ingrossava sempre di più e una nuvolaglia scura si addensava all'orizzonte. Le navi si mantenevano in vista della costa lungo la quale, ad un certo punto, si scorsero dei cavalieri che sembravano seguire la loro direzione. Nel timore che fossero soldati accorsi a causa dell'attacco al villaggio del giorno prima, le navi riguadagnarono il largo, consapevoli che quella minaccia avrebbe impedito loro di approdare liberamente in caso di maltempo; timore, quest’ultimo, che sembrava avverarsi sempre di più, man mano che il cielo diventava più scuro e il vento più teso e sempre contrario.
Bjorn sentì un singhiozzo dietro di sé e si voltò a guardare. Nel suo anfratto all'estrema poppa, Virgil era accucciato avvolto nel suo mantello e piangeva. Grosse lacrime gli scendevano dalle guance mentre lui guardava basso davanti a sé, scosso da singhiozzi silenziosi.
Bjorn si avvicinò, accucciandosi davanti a lui. I vichinghi non erano teneri con i loro figli, ma quel ragazzino piangente intenerì il cuore del feroce guerriero, che restò a guardarlo senza sapere cosa dire; né Virgil lo guardò, continuando a piangere corrucciato. Poi si scosse e si pulì il volto e gli occhi con la manica. Infine, con il volto asciutto e senza più piangere, alzò lo sguardo su Bjorn, con un lungo sospiro.
«Piangi per i tuoi genitori? - chiese finalmente Bjorn – Sono morti al villaggio?»
«Piango per mio nonno – rispose il ragazzo, tornando a guardare le assi del ponte – e per mio fratello, che é morto con lui. Li ho visti da una fessura mentre ero nell'altra stanza. Spero che gli altri siano riusciti a scappare.»
Poi il ragazzo rialzò lo sguardo sul vichingo. «Non erano proprio miei fratelli, ma vivevamo vicini e giocavamo insieme. Erano tutti come me.» E, senza volerlo, si toccò il pendaglio con l'aquila che portava al collo.
Bjorn si massaggiò il mento, pensieroso. «Come te, hai detto. Vuoi dire che ti assomigliavano? Quanti eravate?»
«Quattro, ed eravamo identici in tutto. Era un gioco che aveva inventato mio nonno. Lui cercava di riconoscerci uno a uno e noi dovevamo ingannarlo.»
«E portavano anche loro un pendaglio come il tuo?»
«Sì. Anche se solo il mio era così pesante. Quelli degli altri erano uguali, ma più leggeri.» rispose Virgil.
«Dallo a me.» – disse Bjorn allungando una mano verso il ragazzo e guardandolo negli occhi.
Virgil si tolse il pendaglio e glielo porse senza obiettare.
«Sembra che chi porta questo pendaglio abbia molti nemici – disse il vichingo, soppesandolo e poi mettendoselo al collo – d'ora in poi lo porterò io, e se qualcuno vorrà prenderlo, dovrà chiederlo a me.»
Il ragazzo non rispose e tornò a stendersi nel suo angolo, senza più badare a Bjorn e senza più piangere.
Anche Bjorn si sedette sul ponte posandosi con la schiena alla murata per riflettere. Il nonno di Virgil, se era davvero suo nonno, era stato in gamba a trovare ben tre sosia per proteggere la vita di quel ragazzino. Lui era morto, ma il suo sistema aveva funzionato. Evidentemente i sicari che cercavano il ragazzo non lo conoscevano di persona, ma dovevano cercarne uno che portasse il pendaglio a forma di aquila.
Avevano già ucciso uno dei quattro, credendolo quello giusto, salvo ricredersi quando ne avevano visto un altro scappare e rifugiarsi tra il fieno. Bjorn era arrivato giusto in tempo... e forse la razzia in quel villaggio non era stata del tutto inutile se gli aveva permesso di salvare e di impadronirsi di una preda così ambita.
Ma ambita da chi? E perché quel ragazzino era così prezioso? Chi era il padre? Da dove veniva? Chi l'aveva affidato ad un vecchio e relegato in un miserabile villaggio di pescatori, se era così importante? Era stato solo per proteggerlo, era chiaro; per nasconderlo in un luogo insignificante in attesa che crescesse e diventasse adulto... e magari potesse pretendere quello che gli spettava!
Sì, doveva essere così – pensava Bjorn sempre più convinto – forse era il figlio di qualche re spodestato; l'erede di un regno; un ostaggio fuggito ai suoi carcerieri e portato al sicuro da un vecchio servitore. E adesso lui, Bjorn Rasmussen, era il suo padrone e protettore. Gli aveva salvato la vita e forse avrebbe potuto pretendere un regno in suo nome e...
La nave ebbe uno scossone per un'onda più alta delle altre che si frantumò sull'alta prua per poi riunirsi e percorrere spumeggiando il resto della nave, bagnando tutti quelli che erano a bordo e che, istintivamente, si raggomitolarono sui banchi.
Bjorn si rizzò a metà, aggrappandosi con le braccia larghe al parapetto a mettendosi davanti a Virgil per ripararlo, anche se inutilmente.
Fradicio come tutti gli altri, Bjorn si alzò in piedi del tutto, tenendosi in equilibrio sul ponte che si contorceva scricchiolando, mentre la nave cadeva nel cavo dell'onda successiva per poi tornare subito a sollevarsi all'arrivo della nuova cresta.
Il timoniere spingeva sulla barra per mettere la nave contro le onde che erano ingrossate quasi all'improvviso, spinte e increspate dal vento ora ancora più freddo e teso. Avevano doppiato un promontorio roccioso ed evidentemente erano incappati in una corrente d'aria e acqua più violente, prima nascoste proprio dalla presenza del promontorio. Bjorn svolse febbrilmente la sua mappa di pelle per cercare qualche indicazione, ma il profilo della costa non era ben tracciato e non c'era traccia di quelle rocce che si protendevano sul mare. Occorreva navigare a vista e l'acqua ribollente indicava la presenza di scogli e lingue di sabbia a pelo dell'acqua, da evitare ad ogni costo. Bjorn gridò l'ordine di puntare verso il mare aperto, e il timoniere eseguì prontamente mentre tutti si rimettevano a fare forza sui remi. Rizzandosi in piedi sul dritto di poppa, Bjorn segnalò la manovra alla nave che seguiva, qualche centinaio di metri più indietro, perché anche i suoi compagni non fossero colti di sorpresa. Gli altri capirono i suoi gesti e manovrarono di conseguenza, virando anche loro a fatica verso il largo.
Il sole era sparito e il fronte di nuvole basse e scure avanzava in fretta e occupava gran parte del cielo. Ormai sulle navi si era compreso in pericolo incombente e tutti si impegnavano nel loro compito senza sprecare energie. I marinai alla voga spingevano sui remi mentre gli sgottatori non smettevano un momento di mantenere lo scafo più asciutto possibile. Con un grugnito di approvazione, Bjorn vide che anche le poche donne prigioniere, trascinate a bordo dopo la razzia, si davano da fare in tal senso, consapevoli che la salvezza della nave significava la salvezza di tutti. La zona intorno al promontorio era troppo pericolosa per tentare un approdo a causa delle secche e degli scogli e inoltre c'era sempre da temere il pericolo dei soldati, quindi non c'era alternativa che guadagnare le acque più profonde cercando di superare il promontorio sperando di farcela prima che il tempo peggiorasse troppo. Le onde, dalle cime spumeggianti e sfilacciate dal vento, si facevano sempre più alte e inondavano la nave sempre con maggiore violenza facendola beccheggiare violentemente. A poppa, Virgil si teneva ad un gancio della murata, con una mano sullo stomaco per trattenere i crampi che cominciavano a tormentarlo. Bjorn era in piedi accanto al timoniere, aiutandolo a tenere la rotta della nave e scrutando verso la costa, ora più lontana, in cerca di indizi di una via di salvezza.
Improvvisamente si mise a piovere violentemente tanto che la visibilità si dimezzò in pochi secondi, mentre il vento spingeva raffiche d'acqua che tempestavano i rematori. All'acqua che cadeva dal cielo si aggiungeva quella che il mare scagliava addosso alle navi, ormai scuotendole e flagellandole in modo indescrivibile.
Bjorn notò con disappunto che, nonostante l'azione dei vogatori, non riuscivano ad allontanarsi a sufficienza dalla costa irta di scogli a causa di una corrente che ora riusciva ad individuare grazie ad un diverso colore dell'acqua.
Bisognava assolutamente uscire da quel flusso mortale se volevano salvarsi. Uno dei marinai, salito sul dritto di prua per annusare il vento, lanciò un urlo e agitò il braccio verso Bjorn che comprese al volo. Puntando con i remi verso il mare aperto, la direzione del vento rispetto alla nave era cambiata e ora forse avrebbe potuto aiutarli nella loro fatica. Bjorn lanciò un ordine e immediatamente alcuni vichinghi si misero ad armeggiare intorno al gigantesco pennone e cominciarono ad alzarlo, spiegando parzialmente la grande vela colorata. Subito il vento iniziò a gonfiarla, quasi con uno scoppio, mentre altri si aggrappavano alle scotte per trattenerla e orientarla. Contemporaneamente, gli uomini ai remi raddoppiarono gli sforzi per mantenere la nave in assetto. La manovra sembrò funzionare e la nave accelerò visibilmente lottando contro le onde e puntando verso il largo. Ma la maggiore velocità aumentò il beccheggio e gli scossoni mentre tutta la nave si contorceva cigolando.
Improvvisamente Virgil non ne poté più e si alzò di scatto dal suo anfratto, dov'era rintanato, portando le mani alla bocca per trattenersi e allungandosi fuori dalla murata. Bjorn lo vide con la coda dell'occhio e si lanciò per fermarlo, ma proprio in quel momento una ondata spazzò la poppa investendo Bjorn con un muro d'acqua che lo costrinse ad aggrapparsi ad una drizza dell'albero. Quando si scosse l'acqua dagli occhi, si accorse che Virgil era sparito!
Bjorn corse alla murata, appena in tempo per vedere il ragazzo che gesticolava tra gli spruzzi della scia, già decine di metri più indietro. La sua preziosa preda rischiava di svanire per sempre. Bjorn lanciò un grido al timoniere, che lo fissava con occhi spiritati, e un secondo dopo scavalcò la murata all'estrema poppa gettandosi in acqua nella direzione in cui il ragazzo era ormai sparito.
In un inferno di onde e spruzzi, Bjorn diede poche vigorose bracciate per poi immergersi decisamente sotto le onde, inarcando vigorosamente la schiena come facevano i delfini e così percorrendo rapidamente alcune decine di metri. La mossa risultò vincente perché Virgil, esausto, stava già affondando e la sua sagoma risaltava chiaramente , circondata da una nuvola di bollicine, nella massa traslucida dell'acqua, sconvolta nella parte superiore, ma densa e omogenea più in profondità. Il ragazzo stava lentamente svanendo nel buio dell'acqua più profonda, quando Bjorn riuscì ad agguantarlo per la giubba, dando poi delle violente scalciate per risalire.
Al contrario di molti marinai, Bjorn era un validissimo nuotatore ed emerse di slancio aspirando rumorosamente e tirando a sé il ragazzo. Virgil era svenuto, ma appena Bjorn lo scosse, tenendolo sopra il pelo dell'acqua, tossì violentemente roteando gli occhi e vomitando un getto d'acqua e cibo. Al vichingo parve un ottimo segno e, tenendo il ragazzo su una spalla, continuò a sostenerlo mentre si guardava intorno.
Il mare adesso era un inferno di onde e di spruzzi e le due navi erano lontane. Si erano divise e andavano in due direzioni diverse, ma era evidente che, con quelle onde e il rischio degli scogli, quella da cui si era lanciato in acqua non poteva assolutamente virare per tornare a riprenderlo, anche se probabilmente aveva tentato. La tempesta si avvicinava sempre di più e il cielo era ormai di piombo. Adesso gli uomini delle navi dovevano lottare per la loro sopravvivenza. Bjorn si augurò che non perdessero altro tempo e puntassero decisamente verso il largo come aveva ordinato.
Quanto a lui, si sarebbe abbandonato alla corrente, visto che con quel mare e con il suo fardello non avrebbe certamente potuto opporvisi, sperando di essere trascinati verso terra, come poco prima avevano rischiato le navi. Un uomo era meno ingombrante e magari le onde lo avrebbero condotto in qualche cala riparata dove guadagnare la riva con facilità. Doveva solo evitare gli scogli.
Si avvide ben presto che le sue speranze erano troppo ottimistiche: la corrente lo portava sì verso terra, come aveva fatto poco prima con le navi, ma la costa era tutt'altro che facile da raggiungere. Si vedevano lunghe file di onde spumeggianti, indice di una barriera di scogli quasi continua sui quali il mare si infrangeva con gran fragore.
Bjorn fu sollevato da una gigantesca massa d'acqua e portato di peso sopra un enorme spuntone, scavalcandolo per miracolo. Oltre la prima barriera di scogli l'acqua aveva cambiato colore a causa del continuo ribollire. Facendo galleggiare Virgil sulla schiena e trattenendolo perché non scivolasse, Bjorn poteva nuotare con un braccio solo e questo bastava a farlo stare a galla nell'acqua impazzita, ma niente di più.
Adocchiando un'altra onda in arrivo, Bjorn si portò nel punto migliore per essere trasportato da questa per un altro tratto. La massa liquida lo avvolse trascinandolo con sé e per un momento lui e Virgil si mossero a velocità pazzesca. Il cavallone lo spinse improvvisamente in basso e Bjorn sentì un urto violento al fianco e uno strappo sulla coscia. Aveva urtato uno scoglio sommerso e le rocce taglienti e irte di conchiglie agirono come spade affilate sul suo corpo.
Lanciò un urlo di rabbia e di dolore mentre le onde lo riprendevano e lo precipitavano contro un ampio tavolato di roccia al quale riuscì ad abbarbicarsi. Per lunghi secondi resistette contratto sulla roccia, mentre il reflusso dell'acqua cercava di strapparlo via a trascinarlo nuovamente in mare. Oltre a se stesso doveva pensare a Virgil, che teneva schiacciato con un ginocchio contro la pietra. Il ragazzo era incapace di fare qualsiasi cosa, ancora svenuto, pallido come un morto.
I dolori al fianco e alla coscia erano lancinanti. Le dita contratte su ogni minimo appiglio, Bjorn riuscì a resistere alla corrente inversa per poi sollevarsi carponi nel momento di pausa prima della prossima ondata. Stravolto e boccheggiante per il dolore, tossendo e sputando l'acqua che aveva bevuto, si trascinò come un automa verso la pozza di acqua più bassa che era oltre il tavolato di roccia, posando per la prima volta i piedi sulla sabbia morbida e vischiosa del fondo. Trascinava Virgil sulla schiena tenendolo per la giubba. Il ragazzo sembrava uno straccio bagnato.
Una nuova ondata colpì il vichingo alle spalle facendolo cadere in avanti, ma ormai le rocce che c'erano tra lui e l'acqua più profonda avevano smorzato la furia del mare e la riva era ormai vicina. Bjorn tremava violentemente mentre a fatica, trascinando la gamba ferita, riuscì ad avanzare nell'acqua bassa, sempre trascinandosi dietro Virgil. In poco tempo la pozza d'acqua divenne rossa del suo sangue. Poi, raggiunto un punto più alto, dove la risacca arrivava appena a raggiungerli, un denso strato di alghe fradicie lo fece inciampare e crollò a terra esausto, restando immobile.
Pochi metri più indietro, nell'ululare del vento, le onde martellavano la scogliera con possenti colpi di maglio, spumeggiando piene di rabbia per aver perso la loro preda.
«»
Sul letto di alghe, Virgil si svegliò con un conato di vomito seguito da un violento brivido di freddo. L'acquazzone scrosciante era cessato e si era tramutato in una pioggia più leggera ma insistente. Il cielo era basso e scuro e la luce scemava rapidamente per la sera anticipata a causa della tempesta.
Il ragazzo si rizzò a sedere di colpo vedendo vicino a sé il corpo di Bjorn, steso su un fianco. Virgil si trascinò su di lui e si acquietò un poco vedendo che il gigantesco guerriero respirava. Ma il colorito era terreo e il sangue, che era colato dal fianco e dalla gamba sinistra, aveva colorato le alghe sotto di lui.
Camminando carponi, il ragazzino gli girò intorno e gli tolse i capelli fradici dal volto, toccandolo sulle guance e sul naso, cercando di svegliarlo. Ma Bjorn non si mosse.
Il ragazzo si alzò, barcollando e posando una mano su una roccia per non cadere. Poi, muovendo i primi passi con cautela, si avviò lungo uno stretto passaggio sabbioso tra le rocce, risalendo la riva che in quel punto era alta una decina di metri e coronata da una duna di sabbia ed erba. Il buio scendeva rapidamente e Virgil percorse gli ultimi metri a quattro zampe, aggrappandosi ai ciuffi di erba che costeggiavano lo stretto varco sabbioso.
Arrivato in cima alla duna, Virgil si guardò intorno a lungo, mentre un vento impetuoso lo scuoteva. Più in basso, riparato dalla duna, non lo aveva sentito così forte, ma lassù riusciva a malapena a stare in piedi, sferzato da sabbia, paglia e foglie. Virgil guardò verso il mare, sconvolto da onde altissime e con le creste piene di schiuma bianca. Le navi non si vedevano più e il ragazzo si chiese se non fossero già affondate, piuttosto che trascinate chissà dove. Il cielo era sovrastato da una densa cappa di nuvole scure e una sola lama di cielo chiaro era visibile sullo sfondo, bassissima all'orizzonte e arrossata dal sole al tramonto. Tutto intorno si estendeva una landa scura cosparsa di basse alture ricoperte di dense boscaglie, anch'esse agitate dal vento. Al limitare di una di queste Virgil scorse una sola luce tremolante, che si accese proprio in quel momento, quasi volesse chiamarlo o attirare la sua attenzione. Il ragazzo la fissò per qualche istante poi, rapido, tornò sui suoi passi scivolando lungo la duna. Arrivato nuovamente dove si trovava Bjorn, lo scrutò per un momento, senza trovare nulla di cambiato. Allora lo spinse faticosamente con le due braccia fino a stenderlo sulla schiena. Lavorando rapidamente finché c'era ancora un po' di luce, gli tolse la cintura cui era fissato il fodero con il pugnale, di forma tipicamente vichinga; poi la giubba di cuoio, tagliandola con il coltello sulle spalle e sfilandogliela con grande sforzo, e poi i due bracciali di cuoio, un braccialetto d'oro fatto come due sottili serpenti che si intrecciavano nella lotta, e un anello con un sigillo, anch'esso d'oro, che portava alla mano sinistra. Infine gli sciolse le trecce che gli ornavano i capelli ai lati del volto. Ora Bjorn non aveva più gli abiti e la foggia di un guerriero vichingo, o almeno non troppo, e poteva essere scambiato per un viaggiatore qualsiasi o un marinaio gettato sulla costa dopo un naufragio. Rapidamente, Virgil fece un involto di tutti gli oggetti raccolti gettandolo in un anfratto tra gli scogli dove nessuno avrebbe potuto trovarlo.
Poi, dopo un'ultima carezza sulla fronte del vichingo, rifece la strada di prima, risalendo la duna. Ma arrivato in cima non si fermò e continuò veloce nell'erba verso la luce che ormai brillava nella notte, unico faro verso la salvezza.
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